Storie

Partecipare è partecipare per vincere

Il cronometro segna 00.00.
Il presente è diventato per sempre, un passato che non posso cambiare.
Quei due numeri sotto che indicano il punteggio ora sono l’unica cosa che conta.
Mia madre ripeteva ad amici e parenti che

“Mauro non sa perdere”

una contrazione di un pensiero complesso per spiegare a chi mi stava intorno perché dopo ogni sconfitta diventassi improvvisamente silenzioso, incapace di processare correttamente la sconfitta.
Nessuno nella mia famiglia è così, con quella stessa rabbia agonistica dentro, quella che ti fa rifiutare l’idea stessa che è sufficiente partecipare.
Partecipare per vincere è qualcosa che puoi spiegare solo per esempi, non è un profumo, un colore o una immagine.
Ho perfino discusso con Federica, ho faticato a spiegarle che qualsiasi sfida per me è una competizione, comunque e in ogni caso. Se facciamo qualcosa tanto vale farlo per essere i migliori.
Come cazzo non fai a vedere quel cerchio rosso sul terreno”.
Ricorderò per sempre la mia voce alterata e il suo sguardo incredulo.
Si per me anche quel passatempo era una competizione.

vincere

Nel momento stesso in cui si partecipa, il mio mondo si restringe improvvisamente in una serie di azioni e reazioni, un susseguirsi dinamico di scelte funzionali ad un solo risultato, la vittoria.

“Che siano gli altri a partecipare, io sono qui per vincere”.

Ogni sforzo, ogni sacrificio, ogni minuto speso ad allenarsi, a migliorare, a limitare gli errori sono stati il carburante di quel desiderio di vincere, di essere il migliore, per poter alzare le braccia al cielo a fine partita.
Dopo ogni sconfitta, mi fermavo a riguardare l’incontro, per cercare gli errori, i miei.
Dopo ogni vittoria, mi fermavo a riguardare l’incontro, per cercare gli errori, i miei, solo che in quel caso impiegavo un po’ più tempo a trovarli.
Non ho mai tollerato che le ragioni di una sconfitta non iniziassero da un mea culpa, dall’assumermi la responsabilità, da un “io cosa ho sbagliato?”.
Io, non i miei compagni, io.
Non è colpa della sabbia e nemmeno dell’elettricista, per citare Julio Velasco.
L’assunzione di responsabilità costituisce il primo passo verso la vittoria.

vincere

Avete mai giocato in una squadra obiettivamente limitata tecnicamente?
Quando mi è capitato ho sempre cercato di capire se i risultati non arrivavano perché quello scarso ero io.
Se non ero il più scarso, nella successiva stagione avrei cercato una squadra dove ero il più scarso, puoi migliorare solo giocando con i migliori, imparando da chi ha già vinto quando tu ancora non hai vinto niente.
Si impara anche stando in panchina, in allenamento. S’apprende l’etica del lavoro, del sacrificio e quell’attitudine a vincere che non tutti abbiamo ma che tutti possiamo apprendere.
Quando ti trovi a giocare con i migliori, devi essere il migliore, per poter giocare al loro livello, perché tu possa dire che quello è il tuo posto. “You belong…” dicono oltreoceano.
Non voglio giocare perché sono “il” migliore, voglio giocare perché sono diventato migliore.
Se miglioriamo insieme, miglioriamo come squadra e quindi la vittoria diventa una abitudine che è possibile coltivare.
Se l’obiettivo ultimo è vincere e tutti siamo mossi dallo stesso desiderio, la sconfitta diventa una conseguenza comprensibile. Il tuo avversario è stato più bravo di te, hai un nuovo traguardo da raggiungere, un’asticella da superare.

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