Serie C

Dove nessuno sa il tuo nome

Cepagatti.
Diecimila anime nell’entroterra pescarese, Abruzzo, Italia.
C’è un camioncino di street food fuori dal palazzetto, uno “stozzaro” così si chiama da queste parti. Fa un freddo indegno per questo fine Gennaio maledetto e io mi sono già pentito di aver risposto “va bene”.
Luci gialle, grida di mamme dal campo di calcio vicino e l’odore forte delle patatine fritte, fritte male.
Federica ha questa idea brillante: “andiamo a vedere Silvia giocare”.
Mi accomodo sugli spalti e m’accorgo che sebbene i visi delle compagne di squadra di Ginger mi siano familiari non riesco ad associare a nessuna di loro un nome.
Manca spilungona, quella dell’Aquila. Per il nome mi tocca controllare la chat di whatsapp e scorrerla molto in basso, ecco: Michela.
Bello questo palazzetto, ci sono i termosifoni accessi, c’è il bar, i bagni sono puliti e ci sono circa 400 posti a sedere, puliti.
Non ci sono, in ordine sparso: la muffa, i piccioni che cagano dentro, i vetri rotti e solo l’acqua fredda nelle docce.

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Mi ostino a seguire le vicende del River Chieti, ho ricordato il nome senza aiuto questa volta, quindi per esteso quelle sportive di Silvia, nella speranza di vedere ancora quei lampi del giocatore di categoria che un tempo forse è stato.
All’improvviso ecco il primo lampo, la gamba scatta fluida e il pallone letteralmente esplode via, finisce non lontano dal palo di destra del portiere avversario. Un tiro “vero” come quelli che capita di vedere sul parquet della Serie A.
Pensa ancora veloce Ginger ma il suo corpo ormai fatica a risponderle altrettanto in fretta, è come se avesse smesso di ascoltarla.
La guardo giocare, ogni suo gesto anche quelli che con lo sport non hanno nulla a che fare, ogni parola soprattutto quelle che non si possono ripetere, raccontano di lei.
In campo è la donna che vorrebbe essere, fuori è spesso quella che gli altri si aspettano che sia.
C’è l’inevitabile arbitro di categoria, un modo gentile per dire vagamente scarso, che riesce a rendere complicata una partita di serie c femminile.
Secondo lampo.

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Ginger prende palla nella sua metà campo, doppio passo e le caviglie sono ancora attaccate alle gambe, va via sulla fascia e le ginocchia reggono. La rimonta una avversaria che a fatica riesce a mettere in angolo.
Vorrei poter aggiungere che l’azione si è svolta “in velocità” ma è una velocità diversa, come quella delle ferrovie indiane, della lievitazione della pizza o della fermentazione della birra.
Mi guardo intorno, ci saranno forse una cinquantina di persone sugli spalti, numeri che spesso non si vedono nemmeno in Serie A. Certo sono amici e parenti, però a qualcuno importa e finché sarà così questo movimento potrebbe avere un futuro.
Ogni movimento sportivo è sano quanto lo è la sua base di praticanti.
Maestre, studentesse, commesse, giornaliste, mamme, ingegneri, donne impegnate con le loro vite ma con forte la passione per una palla che rotola, rimbalza male e fa quello strano fruscio quando si ferma in rete.
Devo ricordarmi di voi ad ogni maglia baciata dalla campionessa straniera di turno capace di baciarne tre in una stagione. Per ogni promessa disattesa solo per qualche euro in più, per ogni dirigente che vi preferisce una straniera a gettone, per ogni pretesa assurda.
Devo ricordarmi di ogni livido che cercate di nascondere il lunedì in ufficio, della vostra caparbietà, dell’incapacità di arrendervi, della passione e delle birre post partita.
Delle birre soprattutto.

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