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“Questo è il mio lavoro” o no? Siamo tutti (finti) dilettanti

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Siamo tutti dilettanti.

Ai sensi della legge n. 91/1981, infatti, è considerato sportivo professionista colui che esercita l’attività sportiva a titolo oneroso, con carattere di continuità, nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni e secondo le previsioni distintive delle singole federazioni di appartenenza.

Lo sport in Italia è la quarta voce in economia, coinvolge 34 milioni di persone, vede 100.000 associazioni sportive e 43 federazioni riconosciute dal CONI. Lo sport dilettantistico in Italia oggi rappresenta la risorsa più importante del terso settore. Per non parlare della rilevanza internazionale che il nostro piccolo Paese ha grazie ai successi di numerosi atleti di altissimo livello nelle discipline più disparate: pensiamo ad esempio al nuoto, allo sci, alla scherma solo per citarne alcuni.

Eppure, inesorabilmente siamo (quasi) tutti dilettanti. Sono solo 4 le federazioni che hanno scelto di aprire le porte al professionismo: basket (solo serie A1), calcio (dalla serie A alla serie C), golf e ciclismo. Se parliamo di sport al femminile possiamo anche lasciare a casa il “quasi”.

Quindi? Quando si subisce un infortunio? Che succede?
Eh, solitamente succede un guaio.

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Spesso gli atleti che praticano a livello professionistico uno sport dilettantistico hanno due ordini di problemi:

  1. contributi non versati per circa 15/20 anni di attività lavorativa a tutti gli effetti, perché non professionisti e non coperti da tutele giuridiche;
  2. problematiche relative agli infortuni da spiegare ai datori di lavoro, per tutti coloro che hanno un “lavoro vero” per vedersi versati i contributi e per assicurarsi un’entrata monetaria una volta terminata la carriera sportiva.

Se poi sei un lavoratore autonomo per te non esistono malattie, festività, giorni di riposo o possibilità di infortunio. Quindi, quando questo succede, è davvero un casino (come dicono i giovani).

Personalmente mi sono potuta rendere conto di questa situazione giusto un anno fa quando, durante una partita di football americano (il mio sport super dilettantistico) ho subito un infortunio che mi ha tenuto per un mese con una mano gessata. Una stupidaggine: in un contrasto di gioco finisco a terra letteralmente asfaltata da un’avversaria. Ne ricavo un leggero trauma cranico che non mi fa ricordare nulla di quello che è successo. Una volta in ospedale ci si accorge che la mano sinistra ha subito una frattura scomposta. Tutto risolvibile comunque con una settimana di collare e 30 giorni di gesso.

Cosa volete che siano 30 giorni di gesso e una settimana di collare. Una sciocchezza.

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Rimane solo questa foto a testimoniare un mese di difficoltà grandissime.

Eppure.

Per il mio tipo di lavoro, che i più neanche considerano tale, è stata una limitazione così grande da indurmi a smettere di giocare. Uno sport che amo. Io che amo lo sport.

Provate ad immaginare: non poter guidare, mandare fuori fuoco tutte le riprese grazie al gesso, non riuscire a scrivere agevolmente su una tastiera, trovare infinita difficoltà nel preparare il materiale da portarci nei vari palazzetti di volta in volta, sentire dolori sparsi alle mani durante i servizi fotografici per cattiva postura. Per non parlare di cucinare, fare i piatti, pulire casa, lavarmi.
Insomma, un mese di inferno per via di un infortunio, stupido, durante una partita di uno sport che seguiamo in quattro.

L’altro giorno, facendo ordine nel ripostiglio, mi sono accorta di aver lasciato intatto il borsone di quel giorno di novembre. Maglia e pantaloni da gioco per la seconda partita, vestiti asciutti e puliti, calzini, maglietta termica di ricambio, infradito. Era tutto ancora li, perfettamente piegato,  sapientemente nascosto alla mia memoria. Solo ora mi rendo conto dell’impatto emotivo di questa esperienza. Certo, il dolore alle mani quando cambia il tempo poteva farmi ricordare qualcosa eh.

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E quando capita ad un “professionista”?
Come lo spieghi al tuo datore di lavoro, ad esempio, che ti sei rotto un ginocchio durante la partita della domenica e che quindi potresti trovare difficoltà nel lavoro. Come si fa a conciliare una vita da finto dilettante, con tutti gli obblighi che ti porta, con una da lavoratore, dipendente o autonomo fa poca differenza. Ma soprattutto, quanto è ingiusto che agli atleti finto-dilettanti ma fattivamente professionisti vengano negati i diritti dei “professionisti per definizione”?

Insomma, sportivi finto dilettanti e professionisti senza esserlo, quand’è che potrete dire “questo è il mio lavoro”?

 

 

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