Storie

A braccia larghe

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Il futsal di Serie C femminile ha preso il posto delle partite domenicali di promozione provinciale al campo di via Ugo Foscolo, quando mi sedevo sugli spalti in attesa di sentire il vecchietto con il suo vestito della domenica appena uscito dalla messa, urlare: “Arrrrbbitrooooo chi tì l’orologio a cucù”,  se il malcapitato ragazzino in giacchetta variopinta dava un recupero a suo avviso molto lungo.

L’epica della mia permanenza da spettatore, l’ho vissuta sempre con gli stessi protagonisti. Dopo una serie di chiamate arbitrarli discutibili a giudizio del solito signore anziano molto distinto, l’arbitro viene raggiunto da una pallonata frutto di un rilancio tanto violento quanto maldestro. “Ecco quess’è la madonna”, fu la conclusione serafica del mio spettatore preferito di sempre, urlata verso il campo con tutto il fiato che aveva.

Tuttavia, nel momento stesso in cui Ginger ha deciso di tornare ad agitare maldestramente i piedi in campo e il dito in direzione dell’arbitro ho scambiato il mio tranquillo posto sugli spalti a Montesilvano con il luogo meno sicuro al mondo se si eccettuano le zone di guerra. Sono in piedi sulla linea laterale del campo di Chieti Scalo. Ricordate la tensostruttura sottovuoto con il muro di cemento a recintarne il perimetro? Ecco, proprio li.

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Non ricordo i nomi, di nessun giocatore.
Conosco Silvia, le restanti compagne di squadra sono un numero, spesso chiedo a Federica anche come si chiama la squadra: “River Chieti vero?” Sarà la parola Chieti nel nome della squadra che annebbia il resto.
Conosco anche il numero 11, solo perché mi è stata presentata ripetutamente.
Per un suo gol mi ritrovo inspiegabilmente con le braccia larghe a festeggiare un risultato di cui non m’importa nulla, forse.

Questa bambina bionda, che viene dalla ginnastica prima e dal basket poi, solo perché la sua mamma non voleva giocasse a calcio, piega la caviglia in maniera innaturale per un giocatore della sua altezza. Un Peter Crouch più aggraziato o un Bendtener sobrio, scegliete voi. Un pivot agile capace di calciare con entrambi i piedi e una laurea in ingegneria meccanica alla Sapienza. Peccato sia del 1987, dodici novembre se volete farle gli auguri.
Ok, vero c’è un sacco di gente non più giovanissima nemmeno in Serie A o in A2, vero che c’è altrettanta gente più giovane, ma pochi con la capacità di giocare il pallone di questa ragazza spuntata letteralmente in mezzo alle montagne dell’aquilano, in una terra scossa dai terremoti e forse per questo in movimento perenne.

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Non festeggiavo un gol in realtà, festeggiavo una sensazione, quello stupore che mi fa sorridere il cuore quando m’accorgo che i ricordi si sono attaccati senza un principio temporale ma appunto seguendo un moto accidentale.

L’Aquila, nel centro città o almeno vicino, venticinque Giugno, 1988. Michela ha solo un anno, probabilmente l’hanno vestita come si fa con i bambolotti e tutti i parenti la stanno cullando cercando di capire a chi assomiglia di più.

Mol, venticinque Giugno, 1988. Nel pub sotto casa si trasmette Russia – Olanda. Il mio interesse per le sorti della nazionale orange è strettamente legato all’interesse per Anne, per quello che vorrei ottenere da lei in cambio del mio supporto per la sua nazionale e del fatto che da sobrio, mi sono fatto dipingere la faccia con i colori dell’Olanda. Farlo in una piccola cittadina delle Fiandre non è troppo rischioso, anche se poi a trovare un belga francofono rissoso che si risente, ci vuole davvero poco.
Al cinquantaquattresimo di una delle più tristi finali dell’Europeo che ricordi, l’Olanda è avanti uno a zero, gol di Gullit. Il ragazzone ex PSV non è mai stato troppo amato in patria.
Marco Van Basten invece è l’idolo di una nazione intera. Indossa un insolito numero 12, Anne mi ha letteralmente stonato perché sono della stessa città, Utrecht. L’unica cosa che so di Utrecht e che se prendi il treno nei Paesi Bassi, primo o poi passi da li.
Lo vedo caracollare con la sua andatura da ballerina incastrata in quel fisico imponente, sul lato destro dell’area di rigore, cerca di raccogliere un cross troppo lungo. Lui allunga la gamba e va incontro al pallone, penso “la mette di nuovo in mezzo” e invece la palla scavalca Dasayev con una traiettoria impossibile, da li la porta non si vede. Palla che si ferma in quello spicchio di rete all’interno del palo di sinistra. Ho le braccia allargate come se in fondo fosse giusto così, come se quel gesto avesse sancito che c’è chi pratica il calcio e chi gioca al calcio.

Quando Michela piegando la sua caviglia ad un angolo impossibile ha segnato quel gol che metteva sotto nel punteggio una squadra infinitamente più giovane di lei, con più corsa e con più futsal davanti, ecco ho allargato le braccia per quell’identico motivo.
C’è chi pratica il futsal e chi lo gioca.
Per quell’istante folle con le braccia larghe come il Cristo sulla sommità del Corcovado era di nuovo il 1988, Anne me la voleva dare e Marco Van Basten segnava uno dei più bei gol della storia del calcio, piegando quella sua caviglia maledetta con ad un angolo impossibile.
Al fischio finale Michela ha perso, quest’anno festeggerà un anno in più prendendo calci nell’ultimo gradino del futsal italiano e quindi non è una storia con un lieto fine.
Però ci hanno offerto la birra e di questo non possiamo che rallegrarci, il bar ha la TV 4k per vedere le partite, quelle vere e loro sono quasi simpatiche per essere una squadra femminile di futsal di serie c.

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