Storie

Bellezza e Meraviglia

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C’è una bimba con gli occhi azzurrissimi e le orecchie a sventola che mi sorride dal suo passeggino attrezzato per una traversata artica. La saluto con la mano e faccio qualche faccia buffa, una di quelle espressioni che mi riescono facilmente insomma. Torno poi a scorrere pigramente le notizie sul tablet tra giornali locali e nazionali. Quando arriva il cappuccino però mi sono perso in questa storia, che ora vi voglio raccontare.

Nel 2008 Mauro Berruto è appena arrivato a Montichiari, venticinquemila anime in provincia di Brescia. È lì per allenare la Gabeca che milita nel campionato di A1 Maschile di pallavolo. “Munticiàr” come la senti chiamare in dialetto bresciano è allungata sulla brughiera padana, stretta tra due aeroporti che brulicano d’attività.

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A soli otto chilometri di distanza c’è un OPG, Ospedale Psichiatrico Giudiziario, un nuovo nome per uno vecchio e doloroso: Manicomio Criminale. Al suo interno una terra desolata.
[Ospedali Psichiatrici Giudiziari chiusi definitivamente nel 2015 ndr]
Questo però, ha qualcosa di particolare, è l’unico in Italia a non essere gestito dall’amministrazione penitenziaria, infatti opera in convenzione con l’Azienda Ospedaliera di Mantova.
C’è gente con storie tragiche sulle spalle chiusa lì dentro, ospiti di una struttura che cerca una via per facilitare il reinserimento o a fatica, gestire la permanenza di quelli che restano pur sempre, esseri umani.

Un giorno Mauro viene avvicinato da alcuni responsabili della struttura, gli chiedono se ha del tempo per loro, hanno una idea e hanno bisogno del suo aiuto.
Quello che hanno in mente è un esperimento, da tentare con alcuni dei loro ospiti. Uomini di età e condizione psicofisica molto diversa, tutti con il loro fardello a pesare sul passato e sul futuro.
L’allenatore chiede di poter visitare il luogo dove erano rinchiusi. Quel giorno s’incastrerà con tutti i dettagli per sempre nei suoi ricordi insieme a quella immagine di buio. Ricorda tutto di quella visita: urla, rumori, sguardi non raccontabili ma soprattutto il buio.

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Foto feartosleep

Da quell’esperienza Mauro non ne esce traumatizzato ma con un’idea. La pallavolo come terapia.
C’entra l’idea di costruire una squadra, il passaggio come metafora e c’entra moltissimo uno sport dove è impossibile il contatto fisico. Può funzionare, ma c’è un MA, uno di quelli grossi come una casa.
«Lo faccio – disse – ma dovrete convincere il Giudice a fare in modo che questa attività si svolga nel Palasport di Montichiari».
Un Palasport di serie A, bellissimo.

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Trovano un giudice disposto a guardare oltre quel buio che avvolge la condizione di malato psichiatrico, a concedere una possibilità.
Mauro Berruto è deciso a creare intorno a quegli uomini le stesse condizioni di eccellenza che sono consuetudine per i suoi atleti professionisti. In prima persona prede l’impegno di attrezzare nel giorno di riposo del suo club, il palazzetto come se si dovesse disputare una partita di serie A.
Al lunedì quello spazio prende di nuovo vita. La rete, quella bella, i palloni ufficiali e le magliette d’allenamento preparate negli spogliatoi e le luci, tutte le luci accese.
Sei mesi d’allenamento e nessuna defezione. L’emozione cresce nella consapevolezza che quello che sta accadendo, non è la normalità che potrebbe essere. Mai una defezione e mai una rinuncia.

Una squadra di una scuola superiore di Montichiari come avversario nella partita che chiude questa esperienza, questo esperimento sociale e sportivo.
I “ragazzi” di coach Berruto, vincono un set e uno dei suoi “atleti” segna sette punti di fila al servizio.

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Cosa è successo? Mauro ha dimostrato di essere uno straordinario insegnante, capace di insegnare la tecnica pallavolistica a signori di mezza età sovrappeso e sottoposti a trattamenti farmacologici pesantissimi?
Assolutamente no. L’allenatore di una squadra di Serie A è solo parte di una coreografia.
A fare la differenza è stato il luogo, la sua bellezza li ha trasformati.
Qualche settimana dopo Mauro riceve un report, comunica una notizia straordinaria. Dopo sei mesi di allenamento gli ospiti che hanno partecipato all’esperimento assumono una quantità di psicofarmaci vicina alla metà rispetto a quando il progetto era partito.
Un dato oggettivo, incontrovertibile.

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Mi sono fermato a riflettere.
Ho alzato gli occhi verso la bimba che mi sorrideva ancora e agitava la sua manina aspettando che facessi lo stesso.
La bellezza, come quella di quegli occhi vivacissimi, la ritrovo spesso nello sport. La medesima sensazione di meraviglia e bellezza.
Lo so, ho scritto già due volte bellezza e mi scuserete se continuerò ad usare questa parola.
Quando entriamo in un palazzetto per un incontro di futsal e lo troviamo luminoso e pulito questo influisce sul nostro comportamento.
Troppi incontri di serie A, si disputano in palloni rattoppati di qualche sperduta periferia. Altri in palazzetti fatiscenti, con un terreno scrostato dal tempo e dall’incuria.
Gli spettatori ammassati come in una gabbia si sentono trattati come animali e autorizzati a comportarsi come tali.

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Qualcosa mi distrae dai miei pensieri.
La bimba continua ad agitare quella manina piccolissima anche mentre la madre cerca di metterle il cappellino mentre lei continua a voltarsi.
A tanta bellezza non si può che rispondere con la stessa bellezza.
Ho agitato la mano anche io freneticamente per salutarla e arrivata poi Federica che si è unita mandandole un bacio.

È tutto qui semplicemente, la luce in quegli occhi di bimba è la risposta al buio di questi anni.
La bellezza (dello sport) è l’unica risposta possibile.

Fonte www.avvenire.it

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