Storie

Giocare in trasferta

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Ci sono squadre che giocano in trasferta anche nel loro palazzetto, squadre che fanno risultato e costruiscono un successo senza fondamenta. Nemici d’un tempo che diventano improvvisamente “salvatori della patria”. Squadre che imparano a giocare e squadre di figurine.
Mi rivolgo a te, con il numero trenta sulle spalle, ora che siamo nella stessa città segni un gol spettacolare in trasferta, ti sembra una cosa da fare?
Un turno di campionato che si stringe così vicino all’altro da sembrare non finire mai.
Mi trovo a dover spiegare la “garra” anzi per essere precisi la “Garra Charrúa” è qualcosa di così profondamente uruguagio da necessitare una interpretazione complessa.
Vi rimando a questo bellissimo pezzo pubblicato su Ultimo Uomo, da leggere tutto d’un fiato e fino alla fine.

Scopro giocatrici che leggono Wired e non per colorare le lettere bianche del logo, giocatrici con il cuore gonfio e giocatrici gonfie e basta.
Sabato, LSU vs Alabama. Le grandi rivalità che sono fondamentali in ogni sport, anche quelli individuali e questa è la cosa più vicina ad Argentina vs Uruguay oppure al superclàsico River vs Boca, così per farvelo sapere è anche la finale di Coppa Libertadores di quest’anno.
Un palazzetto, vero con i muri, il tetto e un parquet nuovo viene finalmente inaugurato a Falconara e spero si riempia, di appassionati, di tifosi calorosi come quando la pallavolo falconarese si faceva rispettare perfino in Europa, correva l’anno 1985. Se un miracolo sportivo è stato possibile, nulla impedisce che si ripeta ancora.
Come?

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Come sono riusciti a fare ad Atlanta, la città che ospita una squadra di football americano da anni fissa presenza nei playoff, una franchigia di baseball, due di basket (maschile e femminile).
Adottando una formula semplice.
“Listen to the kids”. “Ascoltate i bimbi”.
Se vi capiterà mai di uscire dalla stazione di Five Point, vi accorgerete di poter ascoltare lo sport più amato della città prima di riuscire a vederlo. Sulla sinistra troverete un ascensore, porta sul tetto. Da lì potrete ammirare il distretto finanziario di Atlanta, Five Point. C’è un rumore familiare per ogni europeo che vi farà voltare invece nella direzione opposta. Quel suono sordo che fa il pallone stoppato bene, per quel fruscio che fa la palla quando attraversa veloce il parquet, anche quello liso e ingiallito.
Vi stropiccerete gli occhi per essere sicuri.
Un campo di calcio a cinque, 30 metri per venti, una cupola trasparente a coprirlo.
C’è una assurda fila per giocare.

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“That’s my ankle”. “Quella è la mia caviglia” e l’avversario con la maglia di Neymar s’invola verso la porta avversaria.
Stati Uniti, 2018.
Qualcuno ricorderà una Final Eight di Coppa Italia in una certa città abruzzese, con gli spalti riempiti da scolaresche, di ragazzi e bimbi. È possibile riempire i palazzetti, creare un boom anche da questa parte dell’oceano e quando qualcuno asserisce il contrario, mente, semplicemente.
Se qualcuno pensa ancora di poter attrarre i rampolli della parte “bene”, di quel ceto medio che qualche anno fa si chiamava “borghesia” non solo s’illude, è in malafede. Quelli sono ragazzi con il tempo diviso tra mille impegni: pianoforte, karate, nuoto, lezioni d’inglese, ripetizioni e laboratorio di vasaio.
C’è un quartiere in tutte le città, spesso in quelle più grandi ce ne sono più d’uno, quelle che i giornali amano etichettare come “periferie a rischio”.
Bimbi che giocano ancora per strada, ragazzi difficili ma con quella voglia di vincere, di liberarsi del peso di un presente ai margini e di sognare un futuro migliore.

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Li avete mai cercati lì i vostri giocatori del futuro, i vostri tifosi del presente?
Avete mai portato i vostri campioni stranieri a giocare con quei bimbi, in quei posti così brutti da essere relegati in quella parte della nostra coscienza che preferiamo dimenticare?
Vorrei poterla raccontare una storia come questa, fatta di presidenti e patron seri, che puntuali retribuiscono i loro giocatori non mezz’ora prima di una partita. Pronti ad investire in materiale anche umano in quelle parti del loro territorio che si lasciano marcire.
Vorrei raccontare la storia di una squadra con i colori gialloblu, le ragazze forse montano due piedi sinistri, ma il loro allenatore garantisce sulla passione che le anima. I pensieri s’incollano e le storie simili s’incontrano, come quella di una ragazzina con i capelli corti e la maglia del Gremio, con un sogno nel cuore e un progetto nella testa. Vorrei riuscire a farle incontrare queste storie.

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