
Campo dei Gesuiti. Pescara.
Maglie bianco-rosse. Per quelli cresciuti in riva al fiume Pescara quelli sono i colori della Curi.
Una istituzione del calcio giovanile, negli anni ottanta e novanta indossare quella maglia era un biglietto per il Pescara, quello vero, quello del calcio dei grandi.
Umido, con quella nebbiolina che si alza dalla collina sulla quale sono appoggiati questi campi in sintetico con l’erba altissima.
Ci poggio la mano sopra e quando inizia a fare sera non posso che pensare ai ragazzi dalla under dei Pescara Crabs, il loro sport fatto di sacrifici e gloria effimera, sprofondati nell’oblio degli sport sconosciuti.
I loro caschi graffiati dagli impatti, i dolori per i colpi dati e subiti, il mio gameplan e le gocce di condensa sulla plastica.
Odora questa plastica, di sudore, di vittorie e di lacrime.

Ersilia guarda il campo, il numero otto che gioca con entrambi i piedi, il centravanti spilungone ricorda un Kanu della prima ora, quello dell’Ajax. Il portiere avversario ha le braccia lunghissime e sembra non entrare nella porta, un Courtois molto giovane.
Sono gli occhi di Ersilia che mi colpiscono sempre, non per il colore ma per l’intensità dello sguardo. Fanno rumore come i suoi silenzi, come quando l’imbarazzo le colora di rosso il viso.
“Capitano della Nazionale” dovrebbe essere un passaggio della vita, come un gran premio della montagna al Tour de France, per lei è qualcosa di prezioso, talmente prezioso che è meglio forse tenerlo nascosto.
Le chiedo sempre: “lo sanno i ragazzini quanto sei forte?”
Lei ha solo un sorriso silenzioso da offrire in risposta.

Quando la maglia non conta ma conta quello che batte dentro, quello che sei disposto a perdere, non quello che sei disposto a guadagnare.
Esiste una fetta enorme di pubblico sportivo sinceramente convinto che si giochi per la maglia, per la propria maglia.
Si gioca per vincere, insieme a quelli con la stessa maglia. Sembra non ci sia differenza, invece ad osservare bene tra le fibre dell’ovvio c’è un abisso cognitivo che separa le due affermazioni.
Quelli incapaci di comprendere, solitamente aggiungono: “giocano solo per i soldi” e sono le stesse persone che svolgono il loro lavoro “anche se preferirei fare altro” semplicemente perché percepiscono una retribuzione.
Capitan Ovvio suggerisce che quando si fa bene un lavoro è giusto essere pagati di conseguenza e se riuscite a far diventare un hobby il vostro lavoro, avrete l’invidia di quelli che non riescono a farlo e l’ammirazione di quelli che vorrebbero farlo.
Il suono del pallone sul parquet, la musica troppo alta e la connessione internet scarsa.
Questa realtà bussa alla porta dei miei pensieri e richiede attenzione.
La telecronista che arriva sempre sul fischio d’inizio anticipata solo di poco dal nostro fotografo.
All’improvviso un bacio sulla guancia, che dura sono un battito del cuore ma racconta la donna che sei. Non la calcettista, non l’atleta ma la donna. Uno dei regali inaspettati, uno dei pensieri felici che Peter Pan usava per volare.

Si scaldano gli animi sugli spalti, i bambini che sfrecciano troppo vicini all’attrezzatura con la quale trasmettiamo in diretta la partita ed io impreco tutte le divinità della galassia.
In campo c’è una squadra che non immaginavo mai di poter vedere in campo e l’altra che ho già visto ma con una maglia diversa. Quanto sono importanti quei colori che ti fanno ritrovare con una sorella al fianco che non sapevi di avere, della quale accetti difetti, sbalzi d’umore e momenti d’insopportabile insofferenza.
Perché lo fai, per vincere. L’importante non era partecipare? Se hai perso.
Invece il pareggio? Quello resta aperto ad ogni interpretazione.

C’è chi lo festeggia come una vittoria chi lo accoglie come una sconfitta.
La partita termina troppo lontana dall’happy hour.
Riusciamo a trovare uno spazio dove ci sono noccioline, birra, politica degli estremi, storie di vita vissuta, di scultrici bionde in erba, sorelle modelle, sorelle soldato e sorelle in genere.
Imparare a guardare con il cuore, collegarlo al cervello e poi dimenticarsi degli occhi.
Dei miei occhi che potranno raccontare di aver visto davvero, di avervi ascoltate davvero.
