Nazionale

Calcio femminile, sciopero congiunto in A e B

Sciopero congiunto del calcio femminile. La decisione delle società dei campionati di Serie A e Serie B è “unanime” e porterebbe a non prendere parte a nessuna delle attività organizzate dalla Lega Nazionale Dilettanti, mettendo di conseguenza a rischio anche l’avvio del campionato fissato il prossimo 15 settembre.

IL FATTO – Il motivo? Ripercorriamo la vicenda dall’inizio. Il 3 maggio scorso, la delibera del Commissario della Federcalcio Fabbricini stabiliva il passaggio dei campionati di A e B – fino a quel momento affidati alla LND – alla FIGC, così come sperato dalle giocatrici, in primis dal capitano della Nazionale Sara Gama, che aveva apertamente chiarito la propria posizione tramite un post su Facebook. Immediato il ricorso da parte del presidente Sibilia, accolto dalla Corte Federale d’Appello.

MARTA CARISSIMI – In mezzo a questo braccio di ferro – e in attesa del terzo grado di giudizio – ci sono però le calciatrici dei nostri maggiori club e di una Nazionale capace di raggiungere la qualificazione ai Mondiali dopo 19 anni di assenza. Ragazze che di calcio non vivono – a differenza dei colleghi – e ora stufe di ricoprire il ruolo di vittima tra LND e FIGC. A fare da portavoce è Marta Carissimi, centrocampista del Milan e rappresentante delle calciatrici per l’AIC: “Solo passando sotto l’egida della FIGC potremo proseguire nel cammino di crescita e recuperare il gap rispetto ad altre nazionali”, ha raccontato a Il Fatto Quotidiano.

PROFESSIONISMO – “Come fai a dire a una società come la Juve o come il Milan che fa parte della Figc per i maschi e dei Dilettanti per le donne?”. Questo il nodo cruciale: le donne del calcio vogliono essere riconosciute come professioniste “e avvicinare il nostro sport a una forma lavorativa in tutto e per tutto, con relative tutele previste per contratto”.

LUISA RIZZITELLI – Completo il sostegno di Luisa Rizzitelli, presidente di Assist, Associazione Nazionale Atlete che sottolinea il discorso della comunicazione relativo al calcio in rosa. “Se le calciatrici si ritrovano a giocare una finale di Coppa Italia su un campo con l’erba alta, il problema non è neanche se sei professionista o no, quanto che non esiste un’attenzione per l’immagine del calcio femminile, né una strategia organizzativa capace di fare da traino per l’intero movimento. E in questo la Federcalcio può fornire migliori garanzie. Se la richiesta è unanime, perché non accoglierla?”.

Una domanda legittima alla quale bisognerà dare presto risposta, cercando di tenere in considerazione il parere concorde delle dirette interessate: saranno loro a rappresentare l’Italia nel mondo e sono loro a chiedere che vengano riconosciuti diritti per i quali il maschile non ha dovuto mai lottare neanche un secondo.

Fonte: Il Fatto Quotidiano
(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

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