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Nuovo Cinema Paradiso: il film della finale

L’ultima volta che ho fatto un pic-nic in autostrada è stato prima di gara-3 tra Isolotto e Montesilvano. Sulla cartolina un po’ sbiadita che mi torna in mente c’è scritto “Bacioni da Firenze”, proprio la città in cui il Montesilvano ha vinto il primo scudetto dalla nascita della Serie A. Anche stavolta sto andando a vedere una partita che potrebbe valere il tricolore: le indicazioni dicono Milano 160 chilometri e Federica schiaccia sul pedale della Panda per essere lì con largo anticipo. La partita non è tutto quello che abbiamo da raccontare.

Al Kick Off il primo viso che incontriamo è quello rabbuiato di Perruzza. Il suo telefono si è suicidato cadendo in un tombino, il mio ha fatto una fine simile qualche tempo fa. Mal comune che un po’ mi consola. A lei chiediamo indicazioni per il Duomo: sono 20′ di metro e  1.50 di biglietto (ma questo lo aggiungo io perchè Perruzza viaggia senza). Abbiamo tempo a sufficienza per un giro che si conclude con un succo all’ananas in un bicchiere caldo. Servirà ad abituarmi alla temperatura che troverò al Parco Mattei. Il pubblico inizia a riempire gli spalti alla spicciolata, prendo posizione e da questo momento lo staff si divide: io in trincea dietro il pc, Federica e Mauro sul campo per foto, video e tante piccole chicche riservate alla zona panchina. Su questo potremmo fare un libro a parte. “Immagini dalla linea laterale”, si cercano editori.

Entra anche Sportitalia. Tra operatori mediatici ci salutiamo con il sorriso quasi rassegnato di chi partecipa ad un party esclusivo ma sta al bancone e prepara da bere, piuttosto che bere: il cameraman guarderà il match da un display quadrato di 20 centimetri per lato, stessa cosa farà Federica dal mirino della sua macchinetta fotografica. Io – da quassù – dovrei avere una visuale migliore, ma la verità è che passo gran parte del tempo con gli occhi sullo schermo: “vedere” – riferito ad un match cui seguirà una cronaca – è un verbo usato impropriamente. Sarebbe più corretto “intravedere”, specie stasera che Kick Off e Ternana sono entrambe in grande spolvero. E’ uno spettacolo di cui godo per fermo-immagine.

Alzo la testa: Guti ha appena stoppato con il tacco un passaggio a mezza altezza, la palla danza sul taglio della suola poi le cade sotto il piede. Facile, no? Lo scrivo e rialzo la testa: c’è Renatinha che ha spostato tutta la difesa con un’accelerazione che sembra debba finire con un tiro ad incrociare pretenzioso per chiunque, ma non per lei. Invece accarezza la sfera all’indietro e apre una prateria per Bianchi. Azione splendida, conclusione alta. Terzo flash. Una delle poche esultanze che non ho perso in vita mia: Manieri corre ad abbracciare i tifosi, una bambina vestita di giallo la stringe e le stampa un bacio dolcissimo sulla fronte.

Nessuna smorfia sul fatto che sia inevitabilmente molto sudata: continua a guardarla mentre torna al suo posto al centro del campo, quando passa lì vicino urla a gran voce il suo nome. Ultima scena: ancora Renatinha – a partita finita – parla al telefono con qualcuno di molto lontano dall’altra parte. “Perchè non sei qui?”, è la sua prima domanda. La solitudine dei numeri primi si sgretola sotto il peso di una sola interrogativa: è dell’affetto di chi ha intorno che si alimenta la grandezza di questo fenomeno. Ci sono 100 persone che fanno tremare il pavimento e lei pensa ad una delle poche che si sta perdendo la festa.

Dal mezzo dell’ondata rossoverde spunta fuori l’omone grande grosso di un mio racconto di qualche giorno fa: si è riconosciuto in quelle parole e si presenta col sorriso. Ora per me è semplicemente Andrea. Rimane invariato tutto il resto: è sempre grande e grosso ed è di nuovo commosso davanti alle sue Ferelle che sventolano un tricolore in gommapiuma con un 2 nel mezzo. E’ bis, è record. Una cascata tricolore viene giù dal cielo come un sipario: si chiude un’altra stagione stupenda, Neka e compagne sono (di nuovo) le campionesse d’Italia.


Mentre torno a casa, ricompongo il mio film fatto di frame. Nuovo Cinema Paradiso.
Mi viene in mente la storia del soldato che aspetta per 99 giorni la sua principessa sotto sole, neve e pioggia, ma prima del centesimo – quello in cui l’amata sarebbe stata finalmente sua – si alza e se ne va.
“Lei poteva anche non mantenere la sua promessa. Sarebbe stato terribile. Così invece, almeno per novantanove notti  era vissuto nell’illusione che lei fosse lì ad aspettarlo”.
Arriverà un’altra principessa da corteggiare. Russo e la sua Kick Off dovranno solo aver pazienza. Intanto qualcuno si è innamorato di loro: il pubblico di San Donato, che il prossimo anno li aiuterà a riprovarci.

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