Chiedi chi era Marco Pantani – Ogni Maledetta Domenica
Sport

Chiedi chi era Marco Pantani

pantani

Da dietro una curva spunta una testa china, coperta da una bandana che sembra più un casco per quanto è lucida, il ragazzo sembra cavalcare con una lancia nella mano pronto a trafiggere il nemico, non tira le briglie e non frena il suo destriero, intento solo a fendere l’aria ed avanzare verso il suo obiettivo.

Mi stropiccio gli occhi, ho in mano una tazza di thè e sono le 16 del pomeriggio, mia nonna è chiusa in cucina da qualche ora, mio nonno freme sulla sedia, lo sento commentare a voce bassa, capisco che pronuncia la parola pirata ma non ci bado, sono rapito da quel cavaliere con l’armatura rosa, mulina le gambe, il sudore gli riga le guance e mentre dalla mia tazza di thè esce in continuazione del fumo, dai suoi pedali si vedono solo vortici d’aria.

Il pirata

pantani

mio nonno lo dice di nuovo, io non vedo navi ma penso che con quella bandana legata in testa sembra davvero un uomo che va all’assalto, ripeto anche io

il pirata

dalla tivù Davide De Zan da i parziali, parla di minuti, di distacchi, mio nonno leggermente sollevato dalla sedia, con le mani sulle ginocchia sembra cercare di stargli dietro, poi sento una parola Marmolada, inizia la Marmolada ed a me viene in mente un dolce, non capisco davvero di cosa stiamo parlando, intuisco però dalle gambe del pirata che la strada si fa più dura, si alza dal destriero, le gambe scolpite che posso contargli tutte le vene,  sembra trainato da qualcun altro ma in realtà è lui a portarsi dietro in un pomeriggio di primavera la metà degli italiani sintonizzati davanti alla Tv.

pantani

Quel pomeriggio di tanto tempo fa non potrò mai più dimenticarlo, incontrai un eroe che fu in grado di incollarmi davanti alla tv, con uno sport che assolutamente non mi entusiasmava e che negli anni a venire non mi avrebbe più fatto saltare dalla sedia né tanto meno incollare il naso alla tv per ore.

Il messaggio era stato spedito chiaro e forte, questa era una storia destinata ad essere unica, una di quelle storie che solo lo sport può narrare e chi ha la fortuna di vivere in quell’epoca in cui accade, è testimone, è complice dell’impresa, perché se non ci fossi stato tu, se non ci fossero stati  milioni di persone davanti allo schermo, così come le centinaia sulla vetta della Marmolada in attesa di veder sbucare quella bandana, a chi sarebbe importato del giro d’Italia, del tour de France, se non ci fosse stato un cavaliere esile e dannato, dannato nell’anima, nella sua voglia di vittoria, dannato nella fatica e se non ci fosse stato il suo destriero esile come lui, un manubrio ed una sella che a me sembravano avere la criniera di Varenne, non ci sarebbe stato nulla da raccontare.

pantani

Iniziò cosi il mio amore per questo pirata solitario ma ancora non avevo visto nulla, perché man mano che credevo di cominciare a capire qualcosa di questo sport, capivo che non mi interessava nulla del ciclismo ma impazzivo per questo uomo che voleva essere il numero uno, e lo era in tutte le sue forme, l’unico a scendere in discesa a 90 km/h con una posizione folle, sembra scendere in motocicletta con la sua posizione ad uovo, quasi seduto sulla ruota posteriore, vai Marco urlo come se potesse sentirmi e lui invece è già sparito dietro la prossima curva.

Se ne va ad Indurain, se ne va a Virenque a Tonkov, tutti i nomi che fino a qualche giorno prima sentivo pronunciare al Telegiornale, lui prima li insegue, poi li supera uno dopo l’altro, va al doppio della velocità, li pianta sul posto e poi getta gli occhialini, si strappa il piercing dal naso come se gli pesasse anche quel piccolo brillante al naso, apre la folla davanti a se come una folata di vento sposta i rami degli alberi, mio nonno continua a chiamarlo sottovoce il Pirata ed io ormai so chi è, è una gara tra me e lui per chi lo nomina di più, lui è seduto dietro di me con il suo maglione rosso legato sulle spalle, sembra essere  tornato un ragazzino, sorride e si entusiasma poi si alza, si siede, piega le ginocchia e beve un bicchiere d’acqua quasi ad aiutarsi per affrontare anche lui la salita.

pantani

E’ il 17 luglio del 1995 e Marco Pantani ci regala un’ altra emozionante vittoria si mangia i Pirenei con una fuga di 42 km, come fosse una nocciolina nelle fauci di un orso, si fa 21 tornanti in piedi senza toccare la sella, è solo, lui e la montagna, dietro solo l’ombra della sua ruota posteriore, a pochi metri dall’arrivo non gli segnalano la svolta a destra e rischia di andare lungo, tira le briglie al suo destriero, lo raddrizza ed alza le braccia solo dopo aver tagliato il traguardo, quasi avesse fatto qualcosa di normale, avvolto dalla nebbia e dal gelo, quel gelo che il giorno dopo scese nel cuore di tutti.

C’è un giorno prima ed uno dopo e quello successivo dimostrò cosa significa saper vincere e perdere quando ti chiami Marco Pantani e sei un pirata vero che non le manda a dire, quel giorno li ricordo di aver pianto incredulo, quello sport che da qualche mese mi aveva fatto vedere con occhi diversi la fatica, il sacrificio ed il sudore, si portò via Fabio Casartelli, giovane di grandi speranza, in discesa cadde e sbattè la testa contro un paracarro, a 25 anni se ne va mentre Virenque a conoscenza dell’accaduto festeggia ed esulta per la vittoria al traguardo.

Pantani non ci sta, in diretta pronuncia una parola decisa, cazzo, si proprio quella, cazzo bisogna essere insensibili per non capire cosa è successo ed avere il coraggio di esultare.

Per Pantani il tour finirà quel giorno, non provò più una fuga, non ebbe più un sussulto e sono convinto che fu una cosa fatta con la coscienza, c’è un momento per l’esaltazione ed uno per il dolore, quel giorno capii perché era un pirata vero, fiero e dritto sulla prua della sua barca, onore alla ciurma, onore ai marinai che solcano lo stesso mare, onore e ricordo vivo di Fabio Casartelli.

Verranno vittorie al Giro d’Italia, al Tour de France, cadute ed infortuni e grandi risalite, poi pagine nere e buie personali, si è scritto di complotti, di debolezze, si è scritto e parlato tanto ma non mi interessa nulla del dopo, rimane il dolore per ciò che è successo ma il mio Pirata, quello che con una folata di vento in discesa freddava la mia tazza di thè bollente e faceva alzare sulle ginocchia mio nonno, quello che per qualche giorno mi ha fatto aprire il garage e prendere la bici e gridare sotto casa Marco Pantani, come se io fossi lui e so che tanti altri ragazzini l’hanno fatto.

Il nostro Marco Pantani, patrimonio dello sport in Italia, grande campione ed uomo vero credo meriti di essere ricordato così, il dopo è vita personale, scheletri che tutti noi abbiamo nell’armadio, forse debolezze, nessuno può saperlo, solo che lui rimane un campione nonostante tutto ed io come tanti altri nonostante tutto non saremo mai campioni.

E ora mi alzo sui pedali all’inizio dello strappo

Mentre un pugno di avversari si è piantato in mezzo al gruppo

Perché in fondo una salita è una cosa anche è normale

Assomiglia un po’ alla vita devi sempre un po’ lottare

E mi rialzo sui pedali con il sole sulla faccia

E mi tiro su gli occhiali al traguardo della tappa

Ma quando scendo dal sellino sento la malinconia

Un elefante magrolino che scriveva poesie

Solo per te solo per te

 Io sono un campione questo lo so

Un po’ come tutti aspetto il domani

In questo posto dove io sto

Chiedete di Marco, Marco Pantani.

 

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