Football Americano Femminile

Blue sunflowers

Lorenza Morbidoni

Quando un giornalista ha una notizia, sicuramente non farà trascorrere più di qualche attimo prima di divulgarla. Probabilmente la lavorerà un po, opererà secondo le sue competenze, ma non tarderà a renderla pubblica. Ecco, fortunatamente io non sono un giornalista, altrimenti quello che sto per scrivere non avrebbe nessuna rilevanza informativa e quindi nessun valore.
La notizia era: il 16 Luglio 2016 è scesa in campo per la prima volta in assoluto, la prima “storica” nazionale femminile di football americano.
Ma non è questo che voglio raccontarvi ora, devo partire da qualche giorno prima.
Giovedì, 7 Luglio 2016, decido di partecipare all’ultimo dei tre raduni di preparazione a quella che sarebbe stata la prima partita della Nazionale Italiana femminine di football americano.
Il viaggio che ci porta a questa partita è lungo e travagliato.
La metto da parte, perché non è una bella storia.
Quando s’incrociano donne e gli sport minori quasi nessuno ha davvero a cuore la “causa” spesso infatti, i progetti femminili negli sport più disparati, vengono strumentalizzati per fini altri, spesso personali o politici e trattati senza rispetto, né per i sacrifici che queste donne “matte” decidono di fare, né per l’amore verso lo sport che queste donne praticano senza risparmiarsi. Concedetemi queste poche righe di polemica, vera.
Mi interessa di più, raccontarvi di quanto queste folli donne siano meravigliose.13645322_1062433467168386_5748990378122994928_n

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo un anno di preparazione, disputano un campionato in barba ai “millemila” chilometri che separano il desiderio di giocare, dal campo di allenamento e dalle proprie compagne di squadra.
A quattro settimane dall’esordio della Nazionale, vengono convocate per tre raduni in quindici giorni. Il primo salta, per evidenti ragioni di tempo e opportunità.
Al secondo, che si svolge il giorno seguente la finale di campionato, partecipano poche decine di ragazze. Al terzo, sono 36, un numero congruo a disputare un incontro di football regolamentare. Partite con i quattro raduni di inizio anno per giocare un incontro a 9 –non disputato-, preparano un campionato di 4 partite più la finale giocando un football a 7 –qualcuno asserisce che questo non sia neanche football-, si incontrano per un raduno di due giorni e in 4 ore di campo si allenano per giocare una partita di football vero, a 11 e con tutte le regole “giuste” e a difesa dei colori nazionali.
Non vi nascondo i dubbi, le remore e i timori che avevo verso questo progetto e questa partita. C’è che poi alla fine, mi sono sentita fortunata. Fortunata per aver deciso di partecipare, fortunata per aver vissuto due giorni intensi e meravigliosi, fortunata per aver giocato accanto a donne eccezionali. L’inevitabile gruppo whatsapp per l’evento, riempito di messaggi organizzativi che, dovendo alloggiare in una base militare, erano particolarmente copiosi e dettagliati.
Niente ciabatte.
Questa la prima direttiva.
Prima di pensare a tattiche, schemi e personale, abbiamo dovuto fare pace con l’idea che dentro il perimetro della base militare non si gira in ciabatte.
Niente pantaloncini corti.
Questo era prevedibile effettivamente.
Niente colori sgargianti.
Possibilmente pantaloncini neri e maglietta bianca. Qui il panico. Chi ha nel suo guardaroba t-shirt totalmente bianche? Pantaloncini senza loghi o scritte?
Per la partita pantaloni bianchi. Introvabili. Nessuno sano di mente osa proporre d’indossare dei pantaloni bianchi a una donna.
Per la partita, infatti, pantaloni neri, si intonano anche bene con la maglia azzurra, se non fosse per la tassatività delle calze bianche a metà polpaccio, ma dico io, come vi salta in mente una idea come questa?

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Non solo no le ha nessuno, sono anche decisamente antiestetiche. Siamo donne per l’amor del cielo, alla coordinazione dei colori prestiamo particolarmente attenzione.
Si parte.
Da ogni luogo d’Italia si parte per trovarsi a Viterbo, davanti al cancello della Scuola Marescialli Aeronautica Militare. Riconoscimento e sistemazione in camerate da sei.
Freddo.
Tra tutte le cose che avevamo decretato di portare, nessuno ha accennato ad una felpa o giacca. In fondo siamo a metà luglio, non servono. Ci si presenta invece una temperatura decisamente al di sotto della media, corredata da un bel vento che contribuisce ad abbassare la temperatura percepita. Ma siamo donne, ci adattiamo a tutto.
Il primo indizio che ci  rivela che non siamo in villeggiatura è la cena alle 19.30, seguita da due ore di allenamento per continuare con un piccolo breefing serale.
Poi tutte a nanna e sveglia alle 6.30 per fare colazione alle 7.00 e allenamento alle 8.00
Devo davvero raccontarvi della drammaticità di questi orari?
Ci dicono poi, niente foto nella base. Questo è stato più difficile. In un’occasione del genere chi è che non ha il desiderio di fotografare? C’erano tantissime cose da immortalare, tanti volti, tanti avvenimenti. Ne abbiamo fatta qualcuna di straforo, mai pubblicate ma custodite con cura. C’era da immortalare il momento in cui, in un angolo del piazzale della nostra palazzina, ci hanno radunate per la consegna ufficiale delle maglie da gioco. Una ad una, al suono della voce che chiamava i cognomi, corrispondeva un sobbalzo al cuore.
Nomi e numeri.
A nessuna è stato dato il numero con il quale gioca abitualmente. Potrebbe sembrare ingiusto. Io lo trovo fantastico. Si potrebbe pensare che i “maschi” abbiano deciso di dare numeri diversi per non farci litigare, io preferisco pensare che sia stato un gesto di premura, un modo per renderci parte di una cosa nuova, di una squadra nuova. A me è stato assegnato il 7

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numero che solitamente indossa Iara, uno dei migliori giocatori di questa selezione. Sono stata onorata di indossarlo. Qualcuna ha avuto la sfortuna di aver ricevuto la maglia anticipatamente, prima di questo momento, forse per fretta o cattiva organizzazione, non lo so.
Mi dispiace, davvero tanto. Si è parte di un grande gruppo per fortuna e, nonostante l’amarezza di questo neo in un pomeriggio azzurro, in ognuna di noi bruciava la fierezza di farne parte.
Trentasei donne, che hanno accettato di mettersi in gioco ancora una volta, assieme ad un gruppo improbabile di coach che, esattamente come loro, hanno deciso di giocare il gioco con le loro atlete, andando oltre i propri limiti, le proprie abitudini, rendendosi totalmente disponibili alla crescita sportiva di ognuna. Questo punto era uno di quelli che aveva creato in me i dubbi più feroci.
Ho dovuto ricredermi profondamente e ne sono davvero felice.

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Grazie davvero di cuore a tutti soprattutto a Muzio che ha avuto la sfortuna di avermi nel gruppo dei ricevitori. Sei uno in gamba, un allenatore che vorrei ancora sulla sideline.
In questi due giorni, non abbiamo solo preparato tecnicamente e tatticamente una partita.
Siamo arrivate che eravamo tanti coriandoli colorati, ognuna con le proprie esperienze, ognuna con il suo scudo protettivo. Siamo diffidenti noi donne, almeno all’inizio, ma riusciamo a fare grandi cose. Dopo due giorni siamo scese in campo come una SQUADRA, non solo perché indossavamo tutte la stessa maglia. C’eravamo, e c’eravamo l’una per l’altra, al di là di simpatie o antipatie, di rivalità di campionato o di amicizie collaudate. C’eravamo, e ci siamo date reciprocamente la possibilità di esserci. A voi ragazze, compagne, va la mia infinita gratitudine per aver permesso anche a un giocatore come me, di vivere questa avventura tutta azzurra e alla federazione per aver permesso anche a noi che non avevamo preso parte al primo raduno di poter partecipare. Con me porto il ringraziamento di Ilaria, che con i suoi infiniti messaggi vocali, mi affida i suoi pensieri e i suoi sentimenti, felice che le sue compagne di squadra le abbiano dato la possibilità di giocarsela. Un regalo di fiducia reciproca.
Le spagnole alloggiano nel piano superiore al nostro. Sono più grosse e più preparate. Hanno disputato un europeo lo scorso anno, giocano a 11 da più tempo di noi –facile- e non hanno nessuna intenzione di regalare nulla.
Le ore precedenti la partita passano veloci, tra le curve della strada che porta dalla base al campo di Castel Giorgio e il segnale del telefono che si fa desiderare. Paradossalmente potevamo farci un triliardo di foto ma non avremmo potuto mandarle a nessuno perché non c’era senza segnale.
Girasoli. Immensi campi di girasoli incorniciavano il campo. Il sole che si abbassa quasi a voler dare un bacino a questi fiori che per tutto il giorno inseguono la sua luce e il suo calore.

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In questa cornice indossiamo per la prima volta lei, la maglia azzurra. Italia è scritto grande in petto.
Si entra in campo come una vera Nazionale, chiamate per nome, una per volta.
Entra la banda, mano sul cuore, inno.
Questo non sono in grado di spiegarlo. L’emozione che si prova, la voce delle compagne accanto a te, l’insieme delle voci dello stadio. Tutto questo è davvero indescrivibile.
Si entra in campo con gli special team. Quelli che non abbiamo mai provato, quelli che normalmente non giochiamo, quelli messi su in dodici minuti di allenamento, quelli che ci davano più preoccupazione.
Invece. Le mie compagne sono state eccezionali.
Un incontro che forse pochi potevano immaginare, sempre tirato, divertente, emozionante, mai scontato. Abbiamo dimostrato che, nonostante tutto e nonostante tutti, noi ce l’abbiamo fatta.
Per quello che mi riguarda, la mia di partita si è giocata sulla sideline per la maggior parte del tempo, ma non mi importa. Ho dato il meglio, negli allenamenti, studiando schemi e formazioni e in quei piccoli attimi di gioco, a disposizione dei coach e delle compagne. E ho gridato, incitato e ho fatto il tifo, fino all’ultimo fiato. E’ il mio modo di contribuire al successo. Quest’anno mi è capitato spesso e ne sono felice. Potrebbe sembrare strano, me ne rendo conto. Per me no. Ho passato due anni a DOVER giocare, in qualsiasi ruolo, a prescindere, perché ne avevamo bisogno, rendendomi conto che per alcune situazioni non ero adatta o forte abbastanza.
Sono felice di aver avuto la mia occasione, consapevole che a 32 anni posso ancora migliorare, con  più fatica delle giovanotte che ho attorno è vero, ma ho ancora tanta strada da poter percorrere.
La partita è terminata 0 – 21 per la Spagna, ma, questo davvero non è così importante.

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