Football Americano Femminile

Come Chimere

Domenica mattina, ore nove e trenta.
Non esistono le nove e mezzo di domenica.
C’è quel sole maledetto d’inizio estate, non sembra fare troppo caldo, invece poi finisci con la faccia cotta dal sole.
Un vialetto coperto di ghiaia, un centro sportivo di Montesilvano a due passi dal Mare.
Davanti a me c’è Karen, borse e armatura, s’avvia verso il campo.
Gli si fa incontro una donna bionda, fisico imponente.
“Fatti fare gli auguri…”
Un bacio e abbracci.
Passo sorridendo sotto i baffi, affretto il passo e mi allontano.
All’improvviso mi volto, come per essere sicuro di quello che ho appena visto.
Le due sono ancora li.
Karen e Valeria.
Come accade in tutti i gruppi umani, c’è un momento preciso in cui perdi il tuo cognome, diventi meravigliosamente e semplicemente la parte essenziale di te, il tuo nome.
La tua storia inizia in quel momento, nell’istante nel quale qualcuno che conoscevi appena solo qualche settimana fa, ti rivolge un semplicissimo “Ciao Valeria”.
Aggiungere il nome, al quel saluto così comune, lo rende personale.
Quando incroci un avversario nei corridoi degli spogliatoi di solito utilizzi il cognome per dire al tuo compagno “Hai visto … ?”
Se qualcuno invece indica in un gruppo di ragazze e può esclamare “guarda c’è Valeria”, allora sei una della famiglia.
C’è Chiara, un paio di Valentina, Enrica “Pallins”, Martina “Mole”, insomma un sacco di gente che poi io faccio fatica a ricordare tutti i nomi dannazione e questa stagione cortissima del football femminile mi da solo una manciata di partite per impararli tutti.

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Qualcuno un giorno mi disse che dovevo cercare le storie che mi appassionavano, ho avuto spesso la fortuna d’inciampare in storie bellissime.
Rileggo quello che ho scritto e quel flash quasi simultaneo sullo schermo del mio telefono, mi porta in due punti della città così lontani.
Dentro alle stesse paure e gli stessi timori, la veterana e la rookie.
Scrivere per raccontare i sogni e le paure, le speranze e il futuro.
Voci nella notte.
A fissare la stessa foto in due luoghi diversi.
Perché il sogno e d’abbracciarci ancora come in quella foto tutti e tre, aggiungendo la ragazzina spaventata dal suo talento e questa volta piangere di gioia.
“Let’s make memories”, questo è il filo di parole che ha cucito insieme questa storia, per tenere insieme questo viaggio, per regalarci un ricordo da condividere.

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