Football Americano Femminile

Ritrovare delle sorelle

Bologna.
“Un posto d’oltremare che è lontano solo prima d’arrivare”.
Non è che la città delle due torri sia oltreoceano e che i chilometri accumulati in questi ultimi mesi iniziano a essere sufficienti per attraversarlo davvero un oceano.
C’è il raduno della selezione CIFAF, un sigla per indicare il Campionato Italiano di Football Americano Femminile. C’è Federica nella lista delle selezionate, cosa ci faccia uno scricciolo alto “due mele o poco più” non ne ho idea, però il suo nome è lì in quella lista, ho controllato bene, due volte.
Sono orgogliosissimo di lei, perché si batte come se fosse alta un metro e novanta e pesasse cento chilogrammi, forse è il suo cuore ad esserlo così pensate.
Non posso mancare, probabilmente la taglieranno subito, perché è troppo leggera/piccola, intanto è qui e la voglio festeggiare per questo, non sapendo se l’evento si ripeterà per lei, ci devo essere.
E’ l’occasione per rivedere Linda, che arriva e m’abbraccia forte e rimango anche un attimo sorpreso ma non posso che rispondere con altrettanto affetto. Essere “i suoi nuovi amici” è un orgoglio, averla conosciuta un privilegio, sono quelle persone che ti rimango nel cuore, anche se ti attraversano la vita per un battito di ciglia.
Vedo arrivare Nausicaa.
C’è qualcosa di strano negli occhi, non c’è la stessa luce che c’era solo qualche mese fa, sembrano velati da una tristezza profonda, di quelle che ti addormentano il cuore e spengono il sorriso.
Ha però delle scarpe straordinarie, di quelle “arroganti” e “ignoranti” al punto giusto, ammiro il modo nel quale raccontando la genesi dell’acquisto faccia scivolare la parola “Miami, Florida” come se suonasse “Macerata, Marche”.
C’è Matilde, delle Red Rogues Sarzana, non preoccupatevi la cittadina si trova in Liguria e precisamente nella provincia di La Spezia, ho fatto io lo sforzo di digitare il nome in cerca di informazioni su Google.
Le abbiamo incrociate le ragazze in rosso e argento, la sera prima nella hall dell’albergo che ci ospitava, un po’ quegli incontri tra naufraghi, tra il sospettoso e il felice d’incontrare altri simili. Non puoi dimenticarlo un nome così, un nome da fumetto e da cartone animato.
Arriva Ilaria, si muove sicura e orgogliosa che almeno qui, sul campo, le basti essere semplicemente se stessa. Ilaria, i messaggi vocali perché dice che non riesce a scrivere, il rumore del trattore in sottofondo, i succhi alla pera e il suo Husky, è una voce e degli occhioni grandi.
“Almeno sei forte…” e non sai davvero nemmeno quanto.
A guardarvi bene tutte, questo è il raduno della nazionale femminile, possono chiamarlo come vogliono, nella sostanza dei fatti siete il primo gruppo a partecipare ad un evento simile.
S’aggira inquieta Valentina, la guardi anche solo per un attimo e t’esplode negli occhi la straordinaria atleta che è. Negli occhi che guizzano ovunque, l’inquietudine di non potersi allenare con sue compagne, un infortunio che la tiene ferma da troppo. Un anima in gabbia, un cuore costretto a battere più lentamente, non poter correre libera sul campo. “Non ce la faccio a stare a guardare per troppo tempo”, s’allontana anche solo per un attimo, come se volesse prendere fiato, per azzittire quella vocina che l’incita a competere.
Ho sempre pensato che gli eventi sportivi, di qualsiasi natura, appartengano prima agli atleti che li animano, poi agli allenatori che li accompagnano, poi in ultimo ai dirigenti che li organizzano.
Sarà che non mi sono mai appassionato al lavoro da cronista, sarà che il parlare per stereotipi e frasi fatte è qualcosa che ho sempre trovato poco interessate.
Ne ho sentite due di queste frasi: “Quando vorrò la tua opinione, te ne darò una!”. Frase rubata al film “Il Soldato Jane”, pessima pellicola, scritta ancora peggio. Il cliché è odioso quanto più è abusato.
“Sei rotto o ti sei infortunato?”. Frase rubata alla pellicola “The Program”, film che fece rumore all’uscita nelle sale cinematografiche per il pessimo ritratto che faceva del College Football.
A questi urlatori da sideline, a quelli che pensano che sia sufficiente alzare la voce e usare un po’ di frasi stereotipate per ottenere rispetto faccio un regalo, un altro clichè “Il rispetto non si chiede, si guadagna”.
C’è stato un solo Brian Clough, un allenatore capace allo stesso modo di “umiliare” e “glorificare” i suoi ragazzi, erano gli anni settanta, in un Inghilterra e in una Europa che ora sembra lontana secoli.
I migliori risultati li ottengono quegli allenatori capaci di condurre i propri atleti a quella che si chiama “scoperta guidata”. Conducono il giocatore per mano, lasciandolo pensare e sbagliare per poi correggerlo una volta che ha compreso l’errore.
Mou, allenatore portoghese più vincente di sempre, uno tra gli studiosi più brillanti del calcio, è il paladino di questo metodo d’allenamento, si già lui, capace di condurre il Porto fino ad alzare la coppa dalle grandi orecchie.
Ho avuto anche il piacere d’osservare al lavoro allenatori innamorati di questo sport, con il desiderio di insegnare, con l’ambizione di far appassionare al football americano queste meravigliose donne atlete.
Grazie per aver regalato a queste donne una chances di abbracciare un sogno, quello di vestire una maglia con la scritta Italia in bianco, rosso e verde.

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