Basket NBA

San Antonio Spurs e la fonte della giovinezza cestistica

San Antonio, Texas, ci sono un caraibico, un argentino ed un francese. No, non è l’inizio della più classica delle barzellette, ma una storia di basket come poche altre. Benvenuti nel regno del proprietario Peter Holt, del presidente R.C. Buford e dell’allenatore Gregg Popovich, tre menti che capiscono di pallacanestro come pochi altri, che hanno un’idea del gioco che ogni anno evolve e li tiene in cima al campionato più difficile. Prima di parlare di quello che è il progetto Spurs, bisogna sottolineare almeno tre o quattro date.

1994: dopo essere stato tagliato come assistente allenatore dagli Spurs e aver frequentato per qualche mese la baia di San Francisco con i Golden State Warriors, Gregg Popovich torna a San Antonio dal portone principale in veste di Vice President of Basketball Operations della franchigia dopo l’acquisizione da parte di Peter Holt, iniziando ad assumere persone di fiducia e comprovata affidabilità, come R. C. Buford, inizialmente inquadrato come scout. Quest’ultimo passerà a capo degli scout nel 1997 e presidente dopo altri due anni.
1996: dopo un inizio disastroso, Popovich licenzia l’allenatore Bob Hill e decide di sedersi in panchina. Esatto, il vice presidente è anche allenatore, il che gli permette di avere una serie di poteri che gli altri 29 allenatori NBA possono esercitare solo nei videogiochi. La stagione è disatrosa a causa di una serie di infortuni lunghissimi che colpiscono anche l’uomo franchigia David Robinson. L’Ammiraglio, così chiamato per la sua frequentazione della scuola militare della marina, è il centro titolare della squadra che termina la stagione 1996-97 con un desolante record di 20 vittorie e 62 sconfitte. Ma la lotteria del draft sorride ai neroargento.
1997: con la prima scelta assoluta i San Antonio Spurs scelgono Timothy Theodore Duncan, caraibico delle Isole Vergini che fino a pochi anni prima non aveva mai toccato una palla a spicchi perché sapete com’è, quando ti alleni per la squadra di nuoto statunitense per 800 e 1500 non hai tempo per lanciare una palla nel canestro. Gli dei del basket hanno piani diversi per il futuro numero 21: l’uragano Hugo spazza via la piscina olimpica dell’isola, unica struttura che permette a Tim di allenarsi, per cui deve cambiare sport. La stagione 1997-98 si chiude nel segno delle Twin Towers texane, con il duo Robinson-Duncan che trascina la franchigia ai playoff con un record di 56-26, ben 36 vittorie in più dell’anno prima.
1999: gli Spurs vincono il loro primo titolo NBA strapazzando in finale i New York Knicks per 4 a 1, con Tim Duncan che vince il premio di MVP delle finali, guadagnandosi anche il soprannome di The Big Fundamental grazie a quei fondamentali cestistici fuori dal comune.
La storia ci dice che i texani vinceranno ancora 3 titoli (2003, 2005 e 2007), trascinati da Duncan e dagli innesti di giocatori ignorati al draft dal resto della lega come l’argentino Emanuel David Ginobili, più conosciuto come Manu e il franco-belga William Anthony Parker detto Tony, scelti rispettivamente come 57a scelta nel 1999 e 28a nel 2001. Per chi non avesse dimestichezza con l’NBA, dico subito che a quelle latitudini del draft di solito si trovano giocatori buoni per la rotazione quando va bene, scaldapanchina, lanciamattoni a tradimento, europei giovanissimi che vedranno gli USA solo in vacanza e portaborracce, non giocatori titolari che cambiano il volto di una franchigia. Ma gli Spurs sono anche questo: una rete di persone con competenze di basket sopra la media in grado di valutare i giocatori soprattutto per le attitudini e per il loro potenziale inserimento negli ingranaggi disegnati da Popovich.
Già, Gregg Popovich, scolarizzato all’Air Force Accademy, dove con i suoi studi sull’Unione Sovietica nel 1970 si guadagnò la chiamata nel servizio di intelligence dell’Air Force americana e una convocazione della CIA per diventarne agente e analista; guarda caso, Popovich venne mandato in Unione Sovietica ed est Europa con la squadra di basket delle forze armate USA durante tutti gli anni di servizio obbligatorio. Ma la sua strada non è quella: torna negli Stati Uniti, si mette ad allenare fino ad arrivare nel 1985-86 a coprire il ruolo di assistente a Kansas con il mostro sacro Larry Brown, suo maestro e mentore. Da tutte queste esperienze esce un uomo deciso, con un’impostazione militare e una capacità unica di farsi seguire dai giocatori, il tutto combinato con una grande capacità di interpretare il gioco e le sue evoluzioni, plasmando la squadra ed il modo di giocare a seconda dei tempi e del materiale umano a sua disposizione.
Dopo il titolo del 2007 tutti davano gli speroni per avviati sul viale del tramonto: Duncan verso i 32 anni e con già dieci stagioni sulle spalle, con tanti giocatori fondamentali come Bowen (36 anni), Barry (36) e Horry (37) ormai logori e prossimi al ritiro, si prospettava la necessità di un cambio generazionale che li avrebbe portati ad alcuni anni senza possibilità di titolo. Nonostante questo, fin dal lontano 1997 gli Spurs non sono mai incappati in una stagione con record negativo, sono sempre stati presenti ai play off e sempre con possibilità di vittoria finale. Ma il tempo passa, Duncan e Ginobili invecchiano e la finestra di questa grande squadra sembra chiudersi; ormai è conclamato, gli analisti concordano che se non rinfondano non vinceranno più. Bene cari analisti, ma non benissimo.
Anno di grazia 2013, dopo una grande cavalcata Duncan e compagni vanno in finale, dove perdono a gara-7 contro i Miami Heat di Lebron James e Dwayne Wade e dopo essere stati a 30 secondi dal titolo in gara-6, prima che Ray Allen pareggiasse la partita e la mandasse all’overtime. Un dramma sportivo per la franchigia, arrivata a pochi istanti da un titolo che sarebbe storico e dal cogliere un’opportunità che nessuno vede ripetibile. Analisti, ve l’ho già detto: non benissimo…
Siamo arrivati ai giorni nostri: dopo un’altra cavalcata che li vede arrivare ai play off con il migliore record della lega, gli Spurs spazzano via Miami 4-1 per quella redenzione che aspettavano da un anno, per un titolo atteso 7 anni, ben 15 anni dopo il primo del binomio Duncan-Popovich. Il gioco espresso quest’anno dalla franchigia è stato bello, fatto di circolazione di palla e condivisione del pallone per cercare sempre l’uomo meglio piazzato, il tutto costruito per compensare alla mancanza di atletismo dei giocatori in campo rispetto a squadre più giovani e più orientate a mettersi nelle mani dei loro super atleti. Un collettivo proveniente da tutto il mondo, dove ha trovato posto e minuti anche il nostro Marco Belinelli, primo italiano a vincere l’anello NBA, protagonista di una stagione regolare positivissima in un sistema che permette a tutti di esprimersi dentro la squadra, purchè ci si faccia trovare pronti. Finita gara-5, siamo riusciti a vedere dopo 17 anni di carriera e cinque titoli le lacrime e i sorrisi di Duncan, un uomo che ha affrontato tutta la carriera con l’espressione imperturbabile di chi non vuole mostrarti le sue emozioni e applica anche nell’approccio al gioco i suoi studi di psicologia; lui è l’unico nell’attuale NBA ad essersi laureato, un percorso completato per onorare la promessa fatta alla madre prima che se ne andasse per sempre.
Questo è stato il quarto titolo per Ginobili e Parker, che dopo essere stati criticati per 12 mesi si sono presi la loro rivincita; è stato il primo titolo per Kawhi Leonard, 22enne vincitore del premio di MVP delle finali, ragazzo ritenuto troppo acerbo ed indisciplinato per la lega e preso alla 15 da quei geni di Popovich e Buford, tramutato in difensore spietato ed esploso anche come realizzatore e uomo squadra.
L’anno prossimo, a San Antonio ci saranno ancora Popovich, Duncan, Ginobili, Parker, Leonard: sfido gli analisti a dire di nuovo che il ciclo è finito, li sfido a scrivere che i vecchietti sono troppo in la con gli anni per competere fino in fondo. Perché non sarei stupito, tra 12 mesi, di scrivere che in Texas ci sono un caraibico, un argentino, un francese, un americano e magari anche un italiano…

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