Basket NBA

Ventun anni senza Dražen Petrović

C’è una nazione in mezzo all’Europa dove i Balcani si tuffano nel mare, dove le divisioni sono più forti di tutto e dove gli sport sono religione: una volta avremmo potuta chiamarla Jugoslavia, oggi invece dobbiamo dire Slovenia, Croazia, Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina e Macedonia. Calcio, pallavolo, pallamano, pallanuoto, tennis, nuoto, sci alpino, atletica e persino gli scacchi: per decenni la Jugoslavia sportiva è stata un animale mitologico a metà tra Brasile e Russia, riuscendo ad unire la fantasia e l’imprevedibilità della prima con il metodo e l’applicazione della seconda. Il resto d’Europa era terreno di conquista e il mondo temeva le compagini jugoslave. Ma se io sono qua a scrivere e voi a leggere, è solo perché la Jugoslavia era fortissima in uno sport, la pallacanestro. E la squadra che vinse il mondiale del 1990 deve essere, a tutti gli effetti, conteggiata come vittima di quella guerra sanguinosa che l’ha divisa. Quel quintetto contava su giocatori di calibro mondiale che fecero cambiare persino la visione che in NBA si aveva dei giocatori europei, trattati fino ad allora come emarginati ed appestati del basket: parliamo di giocatori come Dražen Petrović, Velimir Perasović, Zoran Čutura, Toni Kukoč, Žarko Paspalj, Jure Zdovc, Željko Obradović, Arijan Komazec, Vlade Divac, Zoran Savić, Radisav Ćurčić, Zoran Jovanović. Una squadra composta da croati, serbi, sloveni che di li a poco non avrebbero mai più condiviso una stanza di ritiro, che non avrebbero più giocato sotto la stessa bandiera e in alcuni casi non avrebbero più scambiato neanche due parole per anni; Petrović dichiarò alla stampa durante quei mondiali “Abbiamo una squadra, ma non abbiamo più la nazione” Già, Dražen Petrović: lui e Divac condividevano la camera del ritiro da anni, come fanno gli amici, come fanno i fratelli. Dražen croato, Vlade serbo. Non gli è mai importato, fino a quella vittoria del 1990. Per un attimo, facciamo un passo indietro. A Sebenico nasce, nel 1964, un ragazzo con un talento talmente puro da lasciare senza fiato, che vive il basket come una missione di vita, che si allena prima di andare a scuola e dopo, che a 16 anni porta la piccola squadra della sua città in finale di coppa Korac. Un giocatore del genere non può stare in un posto così dimenticato dagli dei del basket, lui appartiene a qualcosa di grande. Insieme al suo primo soprannome, “Il diavolo di Sebenico” porta la sua classe al Cibona di Zagabria, squadra vincente in patria ma che nelle competizioni europee fa registrare un record di 0-10 che non è propriamente motivo di orgoglio. Credo nessuno si stupisca nello scoprire che in 4 anni, dal 1984 al 1988, il Cibona vince 4 scudetti, 2 Coppe Campioni, 1 Eurocup, diverse coppe nazionali e che quel ragazzo di Sebenico ne mette 43,3 di media. Rapporto vittorie/sconfitte in Europa risistemato e via con la nuova avventura, si va a Madrid, a vestire la casacca “blanca” della squadra più rappresentativa di Spagna. Dražen resta un solo anno, con uno stipendio per l’epoca spropositato di 4 milioni di dollari. Ma è il migliore di tutti, quindi se lo vuoi devi pagare. Inutile dire che il cambio di città non cambia il suo dominio, e il suo Real vince campionato e Coppa Campioni grazie alle prestazioni mostruose di Petrović: media punti vicino ai 40, serie di 5 partite in cui segna 207 punti, finale di Coppa contro Caserta (all’epoca uno squadrone) finita 117-113 con il tabellone che recita “62” accanto al numero di canotta 5, quello dell’ex diavolo. Si perché lui ora non è più “Il diavolo di Sebenico”, ma è diventato “il Mozart dei canestri”, anche se per qualcuno il paragone sta pure stretto.

In tutto questo, c’è anche spazio per la nazionale: bronzo alle Olimpiadi 1984 e argento a quelle del 1988, bronzo ai mondiali di Spagna nel 1986, bronzo agli europei del 1987 e oro in quelli del 1989. La Jugoslavia è temuta e rispettata e nessuno ha quella costanza di risultati. Ma ormai l’Europa gli sta stretta, non c’è più nulla da vincere che non abbia già vinto, per cui si va a ovest, al di la dell’oceano, nell’unico posto dove alzare l’asticella della sfida. Si va in quella NBA che pensa che dall’Europa non possa arrivare nulla di meglio che degli scaldapanchina a basso costo. Lo prende Portland, che ha però un backcourt già consolidato composto da Porter e soprattutto Clyde Drexel. Petrović gioca poco e anche se la squadra arriva in finale (persa 4-1 da Detroit), lui non si sente nel giusto contesto. Per fortuna non c’è tempo di pensarci, perché ci sono i mondiali. La Jugoslavia è già ferita dalle spinte nazionaliste ed indipendentiste, i rapporti tra i giocatori iniziano ad essere più complicati ma resiste quell’amicizia fraterna tra Petrović e Divac: c’è un’occasione da non perdere, perché gli USA non portano la squadra migliore e quindi si può fare il colpaccio. E il Brasile d’Europa lo fa il colpaccio: 99-91 in semifinale agli USA, 92-75 all’Unione Sovietica. E’ fatta, campioni del mondo. La squadra senza nazione ce l’ha fatta, per un giorno si possono mettere via le divisioni ed essere tutti jugoslavi. No, non si può: un tifoso festeggia con la bandiera croata, Divac arriva e la strappa di mano con rabbia. Dirà poi di averlo fatto perché quel giorno andava festeggiato da uniti, come un solo popolo. La notizia arriva a Petrović, che lo vede come un gesto di odio tra serbi e croati: a causa anche di una strumentalizzazione compiuta dalla stampa delle opposte fazioni, i due si allontanano sempre di più, nonostante gli sforzi di Divac di ricucire il rapporto. Non si parleranno più. Intanto la situazione si fa tesa a Portland, e così attorno alla metà della stagione 1990-91 Petrović viene scambiato ai New Jersey Nets, dove le medie si alzano immediatamente. L’inizio nella stagione 1991-92 vede Petro, come lo chiamano gli americani, finalmente titolare: 20,6 punti in 37 minuti per partita, senza saltarne neanche una, ed elezione ad MVP della squadra, che torna finalmente ai playoff grazie alle 14 vittorie in più rispetto all’anno prima. La stagione non è finita però, perché ci sono le Olimpiadi di Barcellona del 1992. Non c’è più la Jugoslavia, ma la Croazia, e il Mozart dei canestri è pronto: argento, dietro a quella che per tutti è la squadra più forte di sempre, ovvero il Dream Team. Gli USA si accorgono di lui, e nella stagione successiva il miglioramento delle statistiche personali (22,3 punti con il 52% dal campo) lo porta ad essere inserito nel 3° quintetto NBA, primo europeo e secondo non statunitense dopo la leggenda Hakeem Olajuwon: questo onore sa di rivalsa, sa di risultato raggiunto. Si permette anche di segnare 44 punti in faccia a Maxwell, ppint guard degli Houston Rockets, che aveva dichiarato “Deve ancora nascere un bianco europeo in grado di farmi le scarpe”. E’ pronto per essere un cardine in una squadra da titolo. L’unico neo della stagione è la mancata convocazione all’All Star Game, che lui vede come uno sgarbo in piena regola: è l’11° realizzatore della lega, ma l’unico nei primi 13 a non essere convocato. Promette che l’anno dopo a quella gara l’avrebbero dovuto convocare, che lui voleva esserci. E’ all’apice della carriera, non ha ancora 29 anni e l’NBA lo guarda come l’europeo che sta sovvertendo tutti i giudizi sui giocatori del vecchio continente. Cosa può fermarlo? Si torna in Europa per l’estate, perché ci sono le qualificazioni per gli europei contro la Polonia e lui non salta nessuna partita della nazionale. Il match è una formalità, troppo ampio il divario, troppo forti i croati. La partita finisce e l’aereo per Zagabria aspetta la squadra. Lui decide di non tornare con i compagni, ma di prendere la macchina e fare il viaggio con la sua ragazza Klara Szalantzy, attualmente maritata Bierhoff. Si addormenta in macchina, tanto guida lei; arrivati in Baviera piove, piove tanto. Un camion proveniente dalla direzione opposta sbanda, sfonda lo spartitraffico ed invade le corsie dell’autostrada su cui viaggia l’auto dove dorme Petrović. Lo schianto è tremendo, Klara ed una passeggera seduta dietro subiscono gravi ferite, ma Dražen non ha le cinture e muore sul colpo. E’ il 7 giugno 1993 e la notizia rimbalza fino in Croazia, dove una nazione appena nata si strugge per la scomparsa di un proprio simbolo. La polizia tedesca non ha una bara abbastanza grande per i 196 centimetri del giocatore, per cui decidono di ridurlo di volume dissanguandolo; la bara è caricata su un aereo e portata a Zagabria, dove ad accoglierla ci sono amici, familiari e tutti i suoi compagni di nazionale. Lo vogliono vedere per l’ultima volta, prima di non poterlo fare più. Stojko Vranković, centro della nazionale croata alto 218 centimetri vede cosa hanno fatto all’amico e prende per il collo il funzionario tedesco che accompagna la bara: lo vuole uccidere per lo scempio, e ci riuscirebbe pure se non venisse fermato prima che sia troppo tardi. La sua nazione fa del 7 giugno lutto nazionale, gli vengono intitolati stadi e premi, viene ritirato il suo numero ai Nets, viene pianto da tutto il mondo dello sport. Nel 2001 il suo amico Goran Ivanišević vince da wild card il torneo di tennis di Wimbledon e dedica la vittoria a lui, scomparso troppo presto per chi lo amava come uomo e come giocatore. Dopo vent’anni anche Divac è stato capace di riappacificarsi con il suo sentimento per lui: è riuscito a raggiungere la famiglia, chiedere scusa alla madre e al padre, a visitare la tomba e a piangere l’amico. Forse l’unico modo di capire cosa è diventato Dražen Petrović per la Croazia è andare tra la sua gente, visitare proprio il 7 di giugno dove è sepolto, per vedere il pellegrinaggio davanti alla lapide, nello stesso posto dove un ragazzino qualche anno fa disse alla madre “Signora, lei ha cresciuto Dražen. Ma ora e per sempre lui è nostro, è di tutti noi”.
P.S.: vi consiglio caldamente di guardare il documentario Once Brothers, meravigliosa testimonianza di quello che è stato il rapporto tra Divac e Petrović.

http://youtu.be/A2OdG2ByTQA

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